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Hessen e le radici impossibili della scienza

ANDREA CENGIA*    

[27/08/2017_ITA]

L’editore Castelvecchi ha recentemente pubblicato una nuova edizione dell’importante saggio di Boris Hessen Le radici sociali ed economiche della meccanica di Newton. La precedente versione italiana risale al 1977 ed era stata pubblicata nel volume Scienza al bivio. Interventi dei delegati sovietici al II Congresso Internazionale di Storia della Scienza e della Tecnologia per l’editore Di Donato.

Al centro del volume si trova il testo dell’intervento di Hessen al II Congresso Internazionale di Storia della Scienza e della Tecnologia di Londra nel 1931. La nuova traduzione italiana appare dopo un consistente aggiornamento frutto della comparazione con le principali edizioni europee (spagnola, tedesca e inglese) uscite successivamente alla prima italiana del 1977. Completano e arricchiscono il volume il saggio introduttivo di Gerardo Ienna e Giulia Rispoli nonché la postfazione di Pietro Daniel Omodeo.

L’insieme di questo apparato critico permette già di intuire che la ripubblicazione del saggio di Hessen non è da intendersi nel senso di una commemorazione postuma del fisico sovietico deceduto nel 1936. Piuttosto, come scrivono Ienna e Rispoli, riproporre oggi il pensiero dello scienziato ha indubbiamente una grande attualità “perché riteniamo che una figura come quella di Boris Hessen e il suo contributo all’analisi storica e sociale della scienza[…] richiedano oggi un’attenzione più mirata e comprensiva, a testimonianza della forza e della pervasività che le tesi del fisico sovietico tuttora conservano”.[1] In particolare occorre riaffermare oggi, con Omodeo, che l’autore qui considerato è da inquadrare insieme a Nikolaj Bucharin come “l’iniziatore di uno dei due paradigmi che hanno dominato la storia e filosofia della scienza negli anni della Guerra Fredda”.[2]

Il saggio introduttivo ben colloca Hessen nel suo contesto storico, in particolar modo segnalando come, nel corso delle vicende che portarono all’affermazione della dittatura staliniana, le sue convinzioni teoriche lo abbiano posto in una posizione scientifica e politica difficile. Anzi, alla luce della drammatica sorte toccata all’autore, si potrebbe aggiungere che la collocazione teorica di Hessen fosse di fatto impossibile da sostenere nel contesto sovietico. Infatti esercitare lì forme di pensiero non riducibili ai criteri dogmatici dei commissari del popolo, non solo produrrà sospetti, ma infine, porterà alla condanna a morte nel 1936 del fisico sovietico accusato di attività terroristica. Quindi la sorte del pensiero “ibrido” di Hessen è stata quella di essere equiparato ad un nemico del popolo, nonostante lo scopo della sua eterodossia puntasse a coniugare pensiero marxista e pensiero scientifico. Dalle riflessioni di Hessen emerge infatti l’idea che la storia del pensiero scientifico non può esimersi dal considerare aspetti apparentemente secondari nella comprensione del proprio processo di produzione conoscitiva, ossia del modo in cui la scienza indaga la natura e ne ricava un sapere conseguente. In generale il contesto nel quale l’impresa scientifica viene a svilupparsi diventa un elemento imprescindibile. L’impostazione di Hessen, se riportata alla nostra contemporaneità, ripropone quesiti fondamentali ai quali è difficile sottrarsi. Occorre infatti chiedersi che relazione esiste tra scienza e società, tra scienza e politica, tra scienza ed economia. Qui il lascito storico del discorso “esternalista”, ossia relativo alle relazioni della scienza con ciò che le è esterno, ad esempio l’economia, la società, la politica, la cultura, merita di essere attentamente ripreso nonostante esso abbia trovato autorevolissimi oppositori, non ultimo Koyré.[3] Non si tratta di proporre una riedizione della scienza sovietica per il post 1989. Quello che è in gioco è l’interrogativo radicale in merito a quale possa essere la relazione tra la scienza e il proprio tempo. In particolare occorre interrogarsi sulle modalità attraverso cui la scienza da un lato è soggetta all’influenza del contesto nel quale opera (si pensi alla dipendenza del lavoro di ricerca dagli enormi finanziamenti per retribuzioni, macchinari e tempi oggi necessari) e dall’altro lato se, e sottolineo se, in questo preciso contesto di relazioni di potere, la scienza possa divenire uno strumento di miglioramento delle condizioni di vita quotidiane di larghi strati della popolazione del pianeta, specie rispetto alle sfide di ordine planetario che bussano con sempre maggior vigore alla porta dell’umanità. In questo senso, certamente rifacendosi alla lezione di Hessen, non si può dimenticare l’esempio italiano del gruppo di scienziati guidati da Marcello Cini.

La riflessione che Cini compie nel 1977 in L’ape e l’architetto può permetterci di comprendere oggi la non esaurita rilevanza del discorso del fisico sovietico in merito alla necessità di indagare la relazione tra scienza e società. Scienza (in quanto sapere che ha come scopo la comprensione e lo sfruttamento delle forze naturali) e società non possono essere intesi come due universi privi di reciproche influenze. Assumendo un punto di osservazione in linea con quello di Hessen, Cini, nel 1977, in piena Guerra fredda, vuole mostrare quali possono essere le conseguenze ricavabili da una netta separazione tra il dominio sociale e quello naturale. Perciò egli mostra come, una volta accettata la prospettiva in cui “il processo di appropriazione della natura da parte dell’uomo sia indipendente dai rapporti sociali che intercorrono tra gli uomini[4] non resta che scegliere tra due alternative entrambe dogmatiche. Ora, il fatto che la prima di queste alternative, il dogmatismo metafisico derivante dalla dialettica materialistica sovietica, sia collassata con la fine dell’esperienza bolscevica, non può permetterci di accettare automaticamente la seconda via. Quest’ultima, commenta il fisico italiano, contiene una “illusione sempre risorgente[5] secondo cui occorrerebbe giungere alla “santificazione di ogni risultato della scienza come passo avanti nel cammino dell’umanità ‘dal regno della necessità al regno della libertà’”.[6] La vera alternativa, qui potremmo definirla hesseniana, consiste nel non accettare il punto di partenza di questo ragionamento. È l’assunto iniziale quindi che va rifiutato: occorre ribadire la necessità dello studio delle relazioni tra scienza e società.

Si è già segnalata in precedenza la critica di Koyré. Questi, con la sua opera, ha fornito una delle più influenti critiche alla visione “esternalista” di Hessen, promuovendo quindi una visione “internalista”, autosufficiente, della scienza e del suo operare. Com’è noto questa tesi tende a proporre una scienza isolata che considera il contatto con l’esperienza empirica molto più problematico, fino a percepirlo come un ostacolo. Sempre questa tesi ritiene che la scienza nasca per una rottura del quadro concettuale precedente (in Koiré sia cosmologico sia geometrico) e che nella dinamica scientifica vada ricavato un posto di prim’ordine per il ruolo svolto dalle grandi personalità e dalle grandi scoperte. Non si vuole qui sottovalutare gli articolati percorsi di ricerca più vicini ai nostri giorni sensibili alla “comprensione culturalista”,[7] né si intende prescindere dalle cicatrici novecentesche che hanno attraversato la scienza. Tuttavia si ritiene che quest’ultima mantenga nel XXI secolo buona parte della carica ideologica che, per riprendere Cini, permette largamente di azionare il meccanismo massmediatico della santificazione dei suoi risultati. Ecco che, rispetto a questa linea di pensiero rappresentata da Koiré, così foriera di adesioni nel mondo scientifico, come ricordano gli autori del saggio introduttivo, le ragioni espresse da Hessen e da quegli intellettuali che ne hanno condiviso l’impostazione, mantengono il merito inalterato, e originariamente marxiano, di porre il problema del rapporto tra scienza e proprio tempo, tra scienza e potere. Non si vuole qui ridestare una guerra per fazioni: internalisti contro esternalisti. Piuttosto appare interessante sottolineare come il problema del rapporto tra scienza e il proprio tempo (e in particolare potremmo aggiungere tra scienza e tecnologia, tra scienza e modo di produzione) meriti di essere ribadito, pena il rischio di una naturalizzazione del modo di procedere della scienza moderna che, in quanto moderna, contiene nel nome la cifra della propria temporalità.

Sulla scia di questo tipo di riflessione, come ricordano Ienna e Rispoli, sempre nel corso del XXI secolo, due pensatori marxisti come Borkenau e Grossmann si sono spesi nel tentativo di ricostruire i legami tra la generale dimensione del contesto economico-produttivo e le dinamiche di sviluppo che hanno riguardato il pensiero scientifico. In anni più recenti, Moishe Postone nel suo Time, labor and social domination[8] ha, tra l’altro, riproposto, cercandone una sintesi, le due posizioni. Va ricordato che nello sviluppo delle proprie tesi Grossmann utilizza il pensiero di Hessen.

Nonostante Borkenau e Grossmann propongano due ipotesi largamente contrastanti, Postone ritiene che sia comune a questi due autori l’idea che la conoscenza di un’epoca storica possa essere fatta emergere guardando precipuamente al modo in cui gli uomini producono. Questa attività è quindi determinante per la formazione del pensiero in quanto le azioni produttive, nel modo di produzione capitalistico, pervadono trasversalmente le relazioni sociali. Nelle parole di Postone: “What Grossmann’s hypothesis has in common with that of Borkenau is that it attempts to derive a form of thought directly from a consideration of labor as productive activity”.[9]

Si tratta di una ulteriore argomento a favore della ripresa delle tesi che Hessen descrive nel suo intervento. Inoltre il punto di osservazione del fisico sovietico mostra un altro argomento di forza nella sua eccentricità, ossia nella contemporanea presa di distanza da un presunto canone marxista e dal rigore autoreferenziale di certa metodologia scientifica. Lo sguardo fuori dagli schemi di Hessen può quindi cogliere con chiarezza la complessità e quindi la difficile riduzione della relazione tra la dimensione socio-economica e quella della ricerca scientifica. Scrive infatti il fisico sovietico: “Sarebbe tuttavia una rozza semplificazione far derivare ogni problema studiato dai vari fisici, e ogni compito da loro risolto, direttamente dall’economia e dalla tecnologia”.[10] Ed è a partire da questa visione non manichea delle complesse dinamiche che riguardano la storia delle società nel loro rapporto con i processi conoscitivi che Hessen può individuare, alla fine del terzo capitolo del suo saggio, nei Principia di Newton la forte convergenza, o “la completa coincidenza” della dimensione della ricerca fisica e delle generali spinte economiche che guidano l’azione degli uomini lungo i primi secoli della modernità. I Principia, letti da questa particolare angolatura, si mostrano come “una vera e propria rassegna e una sistematica soluzione di tutto l’insieme dei problemi fisici più importanti. E dal momento che, per la loro natura, tutti questi problemi erano problemi di meccanica, è chiaro perché l’opera principale di Newton fosse una rassegna generale di meccanica terrestre e di meccanica celeste”.[11] La visione di Hessen è quindi lontana da una automatica dipendenza delle teorie scientifiche dalla dimensione economica. Ovviamente questo non implica alcuna accettazione della tesi opposta. Quindi, se l’economia è “alla base” della produzione di sapere scientifico, va comunque detto che il lavoro dello scienziato è influenzato da “varie sovrastrutture” ossia “le teorie politiche, giuridiche, filosofiche, le concezioni religiose e la loro evoluzione ulteriore”.[12] La relazione che il grande fisico vuole porre in evidenza riguarda quindi non una statica equivalenza, ma un processo dinamico di relazioni in cui il modo di operare dello scienziato, e forse la formazione o meno della autocoscienza del proprio ruolo, si organizzano nel tempo anche fino a “costituire un sistema di dogmi”.[13] Si assiste qui, per usare una espressione di Hessen, a vere e proprie lotte che avvengono nel cervello degli scienziati.

Nella parabola intellettuale di Newton l’articolazione appena descritta assume tratti paradigmatici. Hessen cerca quindi di portare alla luce il legame tra l’estro e le intuizioni newtoniane, quella che viene definita “la sua capacità creativa sia fisica che filosofica”,[14] e il contesto sociale generale in cui lo stesso Newton si trova immerso. Newton infatti vive all’ombra degli eventi della Gloriosa rivoluzione, momento in cui “legge e costituzione sono viste come verità extrastoriche, senza alcun legame con la classe dominante”.[15] L’argomentazione centrale del saggio di Hessen si sforza di dimostrare come Newton sia immerso in un contesto sia di verità teologiche (il necessario intervento divino nell’introduzione della forza motrice esterna) da cui non riesce ad astrarre (“la porta alla teologia è di nuovo aperta” commenta Hessen),[16] sia di un complesso socio-economico (e tecnologico) nel quale necessariamente opera. Secondo il fisico sovietico Newton rimarrà limitato nella sua comprensione del reale, in particolare in merito alle leggi della meccanica, al modo in cui, in quel tempo, era percepito il rapporto tra materia e movimento. Secondo Hessen la fisica che rimane “nei limiti dello studio di un’unica forma di movimento, quella meccanica” produce una semplificazione del reale in quanto “ogni forma reale di movimento, compreso naturalmente lo spostamento meccanico, è legata al passaggio da una forma di movimento all’altra”. Perciò, si può concludere che “in natura non incontriamo mai forme pure di movimento assolutamente isolate”.[17] Newton quindi, nella riflessione di Hessen, sembra imprigionato nel complesso ideologico del proprio tempo. Perciò solo la nuova spinta dei bisogni materiali in cui si realizzano le relazioni sociali dell’epoca successiva, quella dello sviluppo del capitalismo industriale, permetteranno un processo conoscitivo ulteriore: quello relativo allo sviluppo della termodinamica. Un caso esemplare, che occorre citare, riguarda lo sviluppo applicativo della macchina a vapore. Essa si afferma non già quando viene inventata, ossia all’epoca di Newton (Ramsay nel 1630), ma con l’avvento del capitalismo industriale a scapito di quello mercantile. Qui a cambiare è il concetto stesso di macchina. A operare questa trasformazione è, per usare un’espressione marxiana, l’uso capitalistico della macchina. Questa non è più, come ancora era ai tempi di Newton una macchina semplice (leva, ruota, carrucola, argano, cuneo) né tantomeno una sua più completa forma di macchina complessa. Il problema non riguarda tanto l’articolazione interna del meccanismo, la sua tecnologia, ma il suo uso. Come efficacemente osserva Hessen: “è chiaro quale abisso divide le macchine note a Vitruvio, che compiono solo lo spostamento meccanico dei prodotti finiti e la macchina della grande industria, la cui funzione consiste nella trasformazione completa del materiale originale del prodotto”.[18] La macchina nel modo di produzione capitalistico si allontana dalle visioni di Reuleaux e Sombart. In particolare quest’ultimo assume “la convinzione abbastanza assurda che l’essenza della macchina consista nell’essere servita dall’uomo”.[19] A partire da qui, lo studio dettagliato delle macchine meriterebbe certamente ben altra attenzione di quanto non si possa fare in questa sede.

Tornando quindi alla relazione tra formazione del sapere e contesto sociale di riferimento, Hessen si esprime in questi termini: “Non fu lo sviluppo del motore né l’invenzione della macchina a vapore a creare la rivoluzione industriale del secolo XVIII”.[20] Al contrario essa raggiunse un’importanza così grande grazie al fatto che nella fabbrica dove vigeva la divisione del lavoro essa “trovò un campo che attendeva la sua applicazione come motore”.[21] Si trattava perciò di un problema legato alla produzione, quindi un problema essenzialmente economico e tecnologico prima che scientifico. Se ne ricava che “il problema della razionalizzazione tecnica della macchina a vapore diviene centrale[22]. L’analisi della sua più efficace applicabilità al contesto produttivo comporta uno “studio dettagliato dei processi fisici che si svolgeranno nella macchina”.[23] Sarà questo il compito che Watt porterà a termine all’Università di Glasgow. Come segnala Hessen, si apre così la strada ad una serie di indagini determinanti per la termodinamica tanto che Carnot sentirà la necessità di studiare la termodinamica a partire dalla macchina a vapore. Si tratta del primo passo verso la soddisfazione della richiesta di un motore universale che proveniva dal capitalismo industriale.

Il ragionamento di Hessen, come si è potuto osservare, pone l’accento sulla dimensione dell’uso capitalistico della scienza, ossia la sussunzione che il sistema di rapporti sociali capitalistici è in grado di applicare a scienza e tecnologia. “Per la borghesia, scienza e tecnologia sono potenti strumenti di lotta e dunque essa è interessata allo sviluppo e al perfezionamento di tali strumenti”.[24] Sicché, come afferma Ure, “l’apologeta del capitalismo industriale” l’effetto delle macchine sulla resistenza dei lavoratori è distruttivo. Le macchine riportano l’ordine di classe. Il tentativo avvenuto storicamente di distruggerle va inquadrato nella lotta tra lavoratore salariato e capitalista, non nella lotta contro la macchina in sé. Attorno a questo punto, che ripropone il rapporto determinante tra conoscenza e relazioni di potere, si sviluppano le parti finali del saggio di Hessen.

Tornando al pensiero di Newton, secondo il fisico sovietico, vi convivono, almeno, due tendenze significative: da un lato questo suo “idealismo teologico[25] e dall’altro i Principia, nel loro derivare “essenzialmente dalle esigenze dell’economia e della tecnologia dell’epoca” contengono “senza dubbio elementi di sano materialismo”.[26] Facile concludere che l’orizzonte culturale nel quale Newton si muove è quello della classe sociale di appartenenza. Perciò a questa considerazione complessiva va riferito il suo rifiuto sia dell’ateismo sia della concezione radicalmente materialista del mondo. Nella lettera di Newton a Locke del 16 settembre 1693 Hessen rinviene la netta opposizione culturale di una certa intellettualità inglese borghese verso il materialismo hobbesiano, per non parlare di quello “bolscevico” di Overton. Alla luce di tutto questo, Hessen conclude che “nell’ambito della fisica, le ricerche di Newton restano essenzialmente confinate entro un’unica forma di movimento – lo spostamento meccanico – e, dunque, non contengono alcuna concezione dello sviluppo e transizione di una forma di movimento in un’altra”.[27] Non si tratta, come potrebbe affermare Whitehead di una mancanza del genio newtoniano. Piuttosto l’epoca di Newton non poneva i problemi materiali che avrebbero richiesto, per essere superati, un ripensamento e un allargamento di quelle leggi che erano percepite come sostanzialmente sufficienti durante l’epoca precedente. Quindi, nel contesto del pensiero di Hessen, il movimento va materialisticamente pensato come “mutamento in generale[28] in quanto occorre pensare che il caso di un oggetto che viene spostato meccanicamente è solo uno dei casi possibili di movimento.

Il punto di osservazione che Boris Hessen espone ha perciò un valore cospicuo specie se lo si legge in relazione alla questione dei rapporti di potere che attraversano la società dove, come diceva Marx, “predomina il modo di produzione capitalistico”.[29] Se si colloca il ruolo del sapere, e del sapere scientifico in particolare, nella rete di relazioni che sono il luogo di manifestazione del dominio sociale del modo di produzione capitalistico, allora, le indicazioni di Hessen sono un punto di partenza valido ancora oggi. Si tratta della possibilità di ripensare ciò che sembra non pensabile. Solo se si assume nuovamente lo sforzo teorico di Hessen si può iniziare ad interrogarsi sul significato della scienza contemporanea nella società contemporanea. In altri termini inizia qui un nuovo percorso di interrogazione in merito all’uso capitalistico della scienza quale luogo di esplicitazione di nessi di potere. Rileggere Hessen oggi, come ha sottolineato Omodeo, pur tenendo conto dei limiti del suo discorso, riveste la funzione di “antidoto[30] nei confronti di letture spesso concentrate prevalentemente su alcuni particolari del processo conoscitivo. La necessità di ribadire l’esistenza di complesse relazioni tra i differenti piani dell’agire umano, di cui la scienza è un importante, ma parziale elemento, è la posta in gioco del discorso qui presentato. Difficile quindi non fare propria l’affermazione di Hessen in merito al ruolo della scoperta scientifica ottenuta grazie alla presenza storica di uomini straordinari: “i grandi uomini, non importa quanto grande sia il loro genio, formulano e risolvono in ogni campo quei problemi che lo sviluppo storico delle forze produttive e dei rapporti di produzione hanno posto come obiettivi da conseguire”.[31] Insomma riproporre uno sguardo privilegiato al modo di produzione in cui la società contemporanea si trova ad operare non è una indicazione tramontata con la fine del Secolo breve.

 

 

NOTE

[1] Gerardo Ienna and Giulia Rispoli, “Boris Hessen al bivio tra scienza e ideologia,” in Le radici sociali ed economiche della meccanica di Newton (Roma: Castelvecchi, 2017), 5.

[2] Pietro Daniel Omodeo, “L’eredità di Boris Hessen,” in Le radici sociali ed economiche della meccanica di Newton (Roma: Castelvecchi, 2017), 119.

[3] Ienna and Rispoli, “Boris Hessen al bivio tra scienza e ideologia,” 28.

[4] Marcello Cini, in L’ape e l’architetto. Paradigmi scientifici e materialismo storico, Quinta edizione (Feltrinelli, 1977), 11.

[5] Ibid.

[6] Ibid.

[7] Omodeo, “L’eredità di Boris Hessen,” 121.

[8] Moishe Postone, Time, Labor and Social Domination a Reinterpretation of Marx’s Critical Theory (Cambridge: Cambridge University Press, 2009).

[9] Ibid., 177.

[10] Boris Hessen, Le radici sociali ed economiche della meccanica di Newton (Roma: Castelvecchi, 2017), 78.

[11] Ibid., 77.

[12] Ibid., 78.

[13] Ibid.

[14] Ibid.

[15] Ibid., 81.

[16] Ibid., 87.

[17] Ibid., 96–97.

[18] Ibid., 101.

[19] Ibid.

[20] Ibid., 102.

[21] Ibid.

[22] Ibid., 104.

[23] Ibid.

[24] Ibid., 110.

[25] Ibid., 93.

[26] Ibid.

[27] Ibid., 94.

[28] Ibid., 96.

[29] Karl Marx, Il capitale: Critica dell’economia politica, trans. Maria Luisa Boggeri et al., vol. 1 (Roma: Ed. Riuniti, 1989), 67.

[30] Omodeo, “L’eredità di Boris Hessen,” 149.

[31] Hessen, Le radici sociali ed economiche della meccanica di Newton, 108.

 

* Andrea Cengia

Insegnante di Filosofia e Storia nei licei, attualmente sono dottorando in Filosofia politica presso l’Università di Padova. La mia ricerca ruota principalmente attorno al pensiero di Marx, alle riflessioni della Teoria critica, alla elaborazione teorica del primo operaismo italiano, e al rapporto tra modo di produzione e tecnologia nel XXI secolo. Più in particolare sono interessato a rileggere le trasformazioni sociali del XX e XXI secolo mettendo alla prova le principali indicazioni della riflessione marxiana o del pensiero teorico-politico direttamente ispirato a essa.