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DALLA PERDUTA VITA NELLA POESIA, ALL’INTROVABILE POESIA NELLA VITA

La redazione di Thomasproject pubblica l’introduzione di Gianfranco Marelli al libro di Neil Novello dal titolo “Giorgio Cesarano. L’oracolo senza enigma” da poco edito da Castelvecchi e disponibile nelle librerie dal mese di settembre (2017).
 
GIANFRANCO MARELLI [15/09/2017_ITA]

 

Vivere è un male,

Non di vivere in sé ma di vivere male.

Diogene

 

  1. Dalla non-vita alla vera vita

Abissale, incolmabile, ma soprattutto inconciliabile è ciò che distanzia il male di vivere dal vivere male. Il primo è il sintomo della rinuncia di sé, cadendo in depressione per non sentirsi pronto e all’altezza delle situazioni, mentre il secondo è lo stimolo alla ricerca di sé, riprovando le occasioni in cui il “vivere” non è stato poi così male, per sperimentarne di nuove e più appaganti. Ebbene il libro di Neil Novello, sulla figura e il ruolo assunto da Giorgio Cesarano nell’ambito culturale e politico nella seconda metà del secolo scorso, deve esser letto, studiato, rammentando quanto si è appena scritto, poiché il vivere male, del quale Diogene sentenzia, coincide con la non-vita, tematica affrontata e vissuta da Cesarano in tutta la sua opera letteraria, così come attraverso il suo impegno sociale e personale. Di questo ci rendiconta l’autore del presente lavoro; lavoro certosino e sopraffino, che viviseziona [nel senso di sezionare ciò che è vivo] i testi, gli appunti, le poesie al fine di far emergere in filigrana lo sforzo compiuto da Cesarano nel comprendere il modo di cogliere e assaporare la vera vita fra le pieghe della non vita e attivarsi – assieme ad altri soggetti amanti di vivere l’essere totale, indiviso – per realizzare non tanto un “programma” politico radicale, quanto piuttosto una pratica radicale che conduca all’origine di sé nella creazione della vera comunità [Gemeinwesen].

Dalla non-vita alla vera vita. Un percorso, tortuoso, accidentato, impossibile da praticare se non si prende coscienza che è proprio la non-vita a rendere consapevoli di quanto l’attuale civiltà dei consumi costringa gli uomini alla mera sopravvivenza di merce prodotta sull’esistente mondo delle merci. Coscienza di sopravvivere che denuncia il vivere male quale conseguenza di un sistema economico che, dopo aver conquistato l’intero pianeta e averlo sottoposto al ferreo sfruttamento delle risorse naturali sino all’esaurimento di ogni spazio produttivo data la finitudine geografica del pianeta stesso, ha di conseguenza colonizzato gli individui al loro interno trasformandone la natura organica in composite figure produttive di sé come persone, il cui ruolo è funzionale alla riproduzione di sé come merce del capitale. Insomma, dal vivere nel mondo della merce sotto il dominio formale del capitale, al divenire merce del mondo da parte degli uomini colonizzati per l’intera loro vita ad opera del dominio reale del capitale.

Il libro di Neil Novello ci invita, dunque, a ripercorrere il cammino intrapreso da Giorgio Cesarano, dai suoi primi passi nel maestrolm poetico alla ricerca di definire il desiderio vissuto nel proprio intimo di una cosa che ancora non è – perché dettata da un nome, più che innominabile, ineffabile: «L’erba bianca», la prima raccolta di poesie, edita nel 1959 da Arturo Schwarz e prefata da Franco Fortini –, ai suoi ultimi momenti di vera vita, avendo intrapreso la “vera guerra” contro il dominio antropomorfico del capitale ed essendo stato costretto a cedere le armi, per la seconda e definitiva volta, di fronte all’introvabile poesia nella vita, dopo che in precedenza aveva fatto della poesia la testimone della perduta vita. Oscillazione di un pendolo che scandisce il tempo – e pertanto la storia, o come scriverebbe Cesarano, la “preistoria” – di un vissuto quotidiano prigioniero di un produrre merci e prodursi in quanto merce, che anela all’uscir fuori dalla gabbia di sé: “l’estasi” sperimentata da chi sa assumere su di sé la radicalità di scoprire e combattere il vivere male, volendo fare della realtà dei propri desideri il manifesto desiderio di un’altra realtà.

Sì, perché Giorgio Cesarano fin dai suoi primi componimenti poetici – ci indica l’autore del presente libro – si affida a due concetti cardine della sua esperienza vissuta: l’aperto come dimensione storica di un immaginario politico che mira a un «altrove di pensiero che è o si fa sostanza del mondo», e la sua fattibilità storica attraverso l’idea di alterità, ovvero ciò che permette «il possibile, l’evento o l’alternativa chiamata a sovvertire l’hic et nunc di qualcosa (la preistoria, per Cesarano la storia presente) che è prima della storia, il tempo di una conquista onto-biologica». Ed è proprio l’immagine poetica de l’Erba bianca a rappresentare «qualcosa di ancora rarefatto e primordiale, quasi l’intuizione di un nome al presente senza ancora la cosa futura», una voglia di non so ancora cosa a testimonianza di una coscienza che nel percepire l’apertura verso una dimensione altra dalla presente non-vita, rintraccia «uno spazio-tempo post-preistorico in cui è il cosa della storia in boccio a vibrare in “qualche altrove struggente / in qualche aldilà”». Sennonché una siffatta ineffabilità è costretta a figurarsi un’immagine insolita e pertanto inquietante (l’erba bianca), da causare un “guasto dell’anima” – il male di vivere che richiamavamo più sopra – invocando un “altrove struggente”e sfuggente, fin tanto che lo specchiarsi narcisistico dell’io smetta di riflettersi e scopra l’intorno a sé in un mondo altro da guardare, non più volto nell’aldilà, ma rivolto nell’aldiquà di se stesso.

In una simile tempra, sospesa tra il “guasto dell’anima” che incide profondamente la vita dell’allora giovane Cesarano – costretto ad arrabattarsi tra collaborazioni giornalistiche ed una sfortunata gestione di una galleria antiquaria – e il “Dopo, il riscatto è la luce che dura” [come cesella l’ultimo verso della poesia L’erba bianca] si racchiude l’interrogativo del poeta: se sia inevitabile il consumarsi nel silenzio, poiché “non c’è più tempo alla parola esatta, la quadrata elegia che incide il segno con un profilo raggiante di eternità”, oppure resistere fracassando “il silenzio a colpi, a colpi, con le mani nude, con le parole erronee, in fretta, insieme, purché qualcosa resti e per qualcuno che forse aspetta, aspetta da noi”. La risposta non si farà certo attendere. In prima battuta Cesarano decise di resistere poetando, pubblicando una nuova raccolta di poesie [«La pura verità», edita nel 1963 da Mondadori] per registrare, catalogandole, le scorie di una sopravvivenza cristallizzata nella preistoria del non-senso di ciò che accade quotidianamente alle persone/merci al fine di denunciare la “pura verità” di un mondo reificato e pertanto inorganico, così da dar forma ad una poesia fenomenologica di descrizione di reperti/scarti di vita preistorica di tutto ciò che resta di un mondo impoetico. Successivamente però [con la raccolta «La tartaruga di Jastov», pubblicata nella collana “Lo specchio” da Mondadori – 1966] denunciò l’impossibilità per la poesia di essere il medium espressivo in grado di dar voce all’acuta crisi esistenziale, perché non più paga di dire “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo” di montaliana memoria, e pertanto al male di vivere subentra la critica radicale del vivere male per un altro avvenire che – chiarisce Neil Novello – «non chiede parola alla poesia e una poesia che manca ormai di parola, una parola svuotata di se stessa, alla ricerca ormai, quel che resta del poeta, solo di un disperato orizzonte sperimentale, il palliativo illusorio per supplire a un horror vacui incolmabile».

  1. Rovesciare “l’asse del mondo”

Sono questi gli anni antesignani della contestazione del ’68, in cui Giorgio Cesarano esprime attraverso l’intensa produzione poetica il disagio di una vita quotidiana svuotata di senso che gli valse una riconosciuta e apprezzata notorietà in campo intellettuale – al punto da farsi  perdonare il peccato di essersi arruolato giovanissimo nel battaglione “Lupo” della X Mas durante l’estate del ’44 e per questo fatto oggetto di ostracismo da parte dell’intellighenzia di sinistra – consentendogli solidi legami di amicizia e impegno professionale con il mondo letterario lombardo (in modo particolare con Giovanni Raboni, Giovanni Giudici e Giancarlo Majorino), lavorando come redattore editoriale alla Rizzoli e collaborando in veste di sceneggiatore alla sede Rai di Milano (il suo primo sceneggiato televisivo fu «Il mestiere di vincere» nel 1967, al quale seguiranno «I Nicotera», scritto con Luciano Bianciardi, e «Il soggetto», dramma politico sulla morte di Che Guevara, entrambi del 1968), fino a pubblicare i suoi testi critici e le sue poesie sulle riviste più importanti e seguite in quel periodo: «Aut aut», «Palatina», «Quaderni Piacentini», «Nuovi Argomenti», «Paragone» dove terrà la rubrica “Questioni di poesia” assieme a Raboni e Majorino.

Ciononostante è presente in Cesarano già la consapevolezza di quanto flebile fosse il potere della cultura nei confronti della cultura del potere in grado di produrre una langue che si disvela sempre più come l’organizzazione del dominio del senso morto sul senso vivo, avendo il potere di fornire valore al “senso alienato” dell’esistente, giustificato in quanto “dover essere” degli uomini nella società capitalista, cosicché la conoscenza non è altro che imparare la lingua del capitale – “il capitale in sapere estorto dall’esperienza di tutti” – da opacizzare la visione del mondo grazie anche al contributo della scienza nel frantumare e parcellizzare la totalità del vissuto quotidiano. Una langue incarnante il potere legislativo, “il potere che parla la lingua del dover essere” – preciserà Cesarano in «Critica dell’utopia capitale», la sua opera summa iniziata nel 1971 e continuata come un vero e proprio “Zibaldone” dal quale attingere spunti e riflessioni che troveranno posto nei suoi scritti politici successivi – essendo una voce incarnata alla legge de-soggettivante, anti-ontologica del dominio, in quanto la Langue è uno strumento di cultura: la cultura del capitale. Pertanto nessuno possiede il linguaggio, in quanto tutti ne sono posseduti al punto che la coscienza stessa si è “ispessita, e il suo spessore – così come il suo valore – è il linguaggio come meccanica e come valore di scambio”; un ispessimento di coscienza che, rileva Neil Novello, «segnala l’adempimento deformante di una funzione: la coscienza si cristallizza in linguaggio alimentando così la continua rifondazione della langue del capitale, la prassi meccanicista di quel che la cognizione marxiana utilizzata da Cesarano definisce come mediazione del “valore di scambio”».

Raggiunta la consapevolezza della cristallizzazione della coscienza in linguaggio, apparve difficile, se non addirittura insormontabile, per un poeta, un letterato, qual era allora Cesarano, non riflettere sulle conseguenze dell’utilizzo della “parola esatta” in una situazione in cui si è posseduti, colonizzati dalla Lingua del capitale; com’era dunque possibile fracassare “il silenzio a colpi” se lo strumento linguistico, la langue, non si separa dalla parole, ma le toglie il suo sviluppo organico e naturale «e pur senza estirparne la radice, della quale semplicemente s’impadronisce colonizzandola, se la integra, scorporata,de-parolizzata, nel proprio sistema»? Per questo Cesarano iniziò un graduale allontanamento dall’ambiente culturale, lasciando la Rizzoli (dov’era capo redattore) pur mantenendo un rapporto di consulenza editoriale esterno, e abbracciando sempre più – anche a fronte della sua esperienza nella rivista «Classe Operaia» e alla sua partecipazione ai gruppi di studio su Lukács e su «Socialisme ou Barbarie», negli anni ‘65/’67 – un ambito politico prettamente caratterizzato da una critica radicale all’esistente, come proprio in quegli anni l’Internazionale situazionista andava affermando e gli avvenimenti parigini del Maggio ’68 avevano finito per propagandare anche in Italia. Sì, dopotutto l’apertura e l’alterità cercata nella poesia manifestavano tutta la debolezza di un “palliativo illusorio” e per di più narcisistico se paragonato con quanto stava accadendo per le strade, nelle università, nelle fabbriche e nei tanti comitati spontanei e autonomi in cui si aggregava la “meglio gioventù” nel rivendicare la realtà dei propri desideri; e sebbene a quarant’anni suonati poteva sembrare fuori posto essere trascinati dall’impeto della rivolta giovanile, Cesarano intravide in essa la solo possibilità per combattere la non-vita anteponendovi la voglia di vivere che – scriverà nel diario/romanzo «I giorni del dissenso», edito da Mondadori nel 1968 – la collera, la fame reale di senso compiuto da dare alla propria esistenza, per molti anni sopita, si trasformava in “un virus di fuoco che può in ogni momento non si deve dimenticare questo fatto può in ogni momento rovesciare l’asse del mondo”. E, allora, lo stava rovesciando.

Nel raccontare sotto forma di diario/romanzo i fatti del giugno ’68, a partire dagli scontri con la polizia a seguito dell’assalto al «Corriere della Sera» da parte degli studenti che protestavano contro l’attentato a Rudy Dutschke (esponente del movimento studentesco nella RFT) alle successive occupazioni delle facoltà universitarie, Cesarano coglie il “riscatto” presente in una realtà sociale decisa a prendere la parole attraverso l’azione diretta e l’autogestione delle lotte; un “riscatto” che percuote il suo intimo al punto da decidere che la testimonianza di quanto accade non può più bastare e che la voce poetante deve farsi critica radicale, partecipando in prima persona al nascente movimento alla ricerca delle forme più pure ed intransigenti della rivolta proletaria. Per questo la sua partecipazione diretta agli avvenimenti milanesi (dall’occupazione dell’hotel Commercio e della casa editrice il Saggiatore, come il suo diretto impegno nell’esperienza del Comitato di Base della Pirelli) rappresenta una svolta nella vita finora consumata all’interno dell’ambiente letterario lombardo, venendo direttamente in contatto con il mondo giovanile nelle sue espressioni più radicali tese a superare il conflitto di classe nella sua versione riformista e collaborazionista allora condotta dai partiti e dai sindacati, sorpresi ed impreparati nel comprendere la reale portata del movimento. Fu proprio in questo crogiuolo di avvenimenti – caratterizzatisi nel ’69 soprattutto per la “Strategia della tensione” orchestrata dallo Stato con gli attentati alla Fiera di Milano il 25 aprile e la strage del 12 dicembre alla Banca dell’Agricoltura di piazza Fontana [a seguito della quale Cesarano assieme ad altri giovani anarchici viene condotto nel carcere San Vittore e interrogato la notte stessa dell’esplosione con l’accusa di tentata strage] – a favorire nuovi contatti e nuove amicizie che diventeranno preziose e fondamentali nel rovesciare l’asse del pensiero e dell’esistenza stessa del poeta, al punto da prefigurargli la possibilità di un indirizzo collettivo alla propria ricerca nel fornire le ragioni alla critica della vita quotidiana.

Fra queste amicizie sicuramente quella con Eddie Ginosa e con il gruppo anarchico “La Comune” (allora aderente alla Federazione Anarchica Giovanile Italiana) segnò il crocevia del proprio impegno politico, sia attraverso la pubblicazione di testi teorici nei quali si analizza la compiuta trasformazione antropomorfica del capitale e la necessaria risposta onto-biologica in grado di rinverdire la lotta di classe in lotta critica di classe, anteponendo un’altra idea di vita al presente apocalittico del capitale in cui di sopravvivenza si muore [«L’utopia capitalista» scritto nel 1969 a quattro mani con Ginosa]; sia nella sperimentazione concreta di un vivere comunitario per praticare nuove e radicali esperienze di vita quotidiana del tutto coerenti con l’impegno politico attuato nel gruppo informale Ludd, un coacervo di tensioni ed pulsioni rivoluzionarie che in quel periodo storico si raggrumavano attorno alla critica radicale di matrice situazionista/bordighista/consiliarista, al punto da condurre la famiglia Cesarano a trasferirsi a Pieve di Compito in provincia di Lucca, nell’aprile del ’70, per verificare la possibilità di una vita in comune con alcuni compagni sodali, reduci di un movimento che già allora dava segni di cedimento, avendo ormai intrapreso la via del riflusso istituzionale, oppure del ripiegamento su problematiche intimistiche.

  1. Il trauma e la ferita

Con la fine dell’esperienza “comunitaria” del «Podere al Menucci» all’inizio del 1971 – conseguenza di contrasti teorici ed esistenziali fra i frequentatori della casa di Pieve di Compito – Giorgio Cesarano iniziò ad intraprendere una riflessione sull’esperienza del movimento studentesco e proletario, scoppiato tre anni prima e progressivamente sgonfiatosi al punto che “l’asse del mondo” sembrò ritornare sulla propria posizione tradizionale. Sono questi ultimi anni della sua vita [si suicidò il 9 maggio del 1975 nel suo appartamento di via Lomazzo a Milano] nei quali l’impellente necessità di comprendere come mai il desiderio di una vera-vita sembrava aver scalfito soltanto in superficie l’opaco ispessimento della non-vita lo condusse a ricercare le origini e i motivi della trasformazione del sistema economico capitalista in una colonia globale, una “fabbrica continua” che fabbrica persone, in cui lo stesso concetto di “reificazione” supera la definizione di «merce-cosa» dal momento che la cosa più preziosa – quella che produce e si auto produce come valore – è la «merce-uomo»; soprattutto lo impegnò a studiare, sottolinea giustamente Neil Novello, «cosa è una vita quando è rinnegata, quando già sale all’orizzonte il rogo della catastrofe antropologica» a seguito di scelte compiute dalla specie, proiettata a distruggere l’ambiente secondo la logica dello sfruttamento/sacrificio della natura/uomo. Una “vita rinnegata” che in questo conflitto tra l’io e il mondo «si rigenera per metamorfosi nella nascita dell’homo œconomicus alla vita del capitale, conflitto in cui il trauma della biosfera è una ferita all’intero ordine del vivente, il vivente richiama sé anzitutto alla guarigione dall’economicità egoica (o dall’egoicità economica). Soprattutto – chiosa Novello – richiama a sé l’improrogabile urgenza di diventare ciò che si è, in un superamento rivoluzionario di trauma e ferita, in un superamento radicale di ciò che si è diventati».

Possiamo quindi ben raffigurarci quanto traumatica (e recante una ferita profonda che non poté più guarire) sia stata per Cesarano la notizia del suicidio di Eddie Ginosa nell’ottobre del ’71, il giovane amico con il quale aveva da qualche anno portato a termine il testo «L’utopia capitalista», quale inizio di un’ampia riflessione sul processo di colonizzazione della vita quotidiana come processo di introiezione del capitale nell’io, al punto che “il fronte della lotta di classe passa ormai all’interno delle persone”, mentre il “trasformismo capitalista” – dato il suo «statuto di organismo vivente, di sistema o modello mutante», precisa Novello nel commentare lo scritto – rende problematico l’identificarlo come concreto e imprescindibile nemico di classe «a causa del suo strategico nascondimento, della sua attitudine dissimulatoria. Ovunque e in nessun luogo, il capitale domina in apparente assenza, depista il panottismo critico-analitico nascondendo alla dialettica radicale la sua posizione reale». Descrizione, questa, che sarà centrale nel successivo studio del solo Cesarano, «Critica dell’utopia capitale» [scritto tra la metà del 1971 e marzo 1972, se si escludono i commenti alla sterminata biografia che l’autore inserì fino al gennaio 1975], per ridefinire compiutamente il carattere postmoderno assunto dal capitalismo, una volta esercitato sull’esistente il suo dominio totale, e la necessaria ridefinizione della critica radicale, volano della rivoluzione biologica compiuta dall’individuo organico contro l’apocalittica distruzione dell’ambiente/mondo e dei suoi abitatori/zombi. Cesarano dedicò all’amico Eddie lo studio che andava componendo a riconoscenza del suo apporto alla ricerca, scrivendo sul frontespizio una citazione tratta dal saggio di Raul Vaneigem, «Banalità di base», dal chiaro segno premonitore: “Costoro sono nati per una vita che resta da inventare; nella misura in cui hanno vissuto, è per questa speranza cha hanno finito con l’uccidersi”.

Di nuovo ricompare, a seguito del trauma causato dalla morte dell’amico, quel male di vivere che Cesarano proverà immediatamente a rigettare, inviando una lettera a Gianni Collu e a Joe Fallisi [entrambi compagni di Ginosa e partecipi dell’esperienza di “Ludd”], dove accanto allo sconforto esprimerà l’intenzione di continuare la lotta comune: «[…] La miseria non è strumentale: come diceva Marx è crescente ma relativa. Se è vissuta nascondendola e sublimandola, lascia le cose come stanno, se si denuda a condizione e mostra la sua intollerabilità, può far nascere una consapevolezza in grado di trasformarle, a patto che si colga nella sua generalità, rovesciandosi. Questo rovesciamento sento immediatamente davanti a noi. A partire da quella bara chiusa, che sta al centro, nuova, del mio dover non-essere». Sentimento fatto comune e immediatamente esplicato nel sviluppare, approfondendola, l’analisi sull’utopia del capitalismo che aveva condotto in precedenza Cesarano e Ginosa ad ipotizzare l’inevitabile sua catastrofe, «fornita proprio – sottolinea un passo centrale del libro di Neil Novello – dal carattere di finitezza del processo metamorfico, poiché vige un principio prospettico in cui la corsa al dominio pantopico, nella sua estrema conquista globale esperisce un orizzonte utopico. Conquistata la totalità del luogo (pantopia), il capitale entra in lotta con l’inconquistabile, con un’assenza di luogo conquistabile (utopia), esaurimento che destina quindi ad un’epopea sacrificale». Tanto più che con la pubblicazione del primo rapporto al Club di Roma sui «Limiti dello sviluppo» (1972) – nel quale era posta l’attenzione, l’allarme, concernente l’esaurimento delle risorse naturali, l’aumento della popolazione, la scarsezza degli alimenti, l’inquinamento – appariva ormai chiaro l’intenzione dei tecnocrati non soltanto di evitare di fornire una diagnosi della malattia contratta dal Pianeta, ma di programmare un’ideologia del sacrificio a salvaguardia della merce-mondo al fine di permettere al sistema capitalista di investire in nuove fonti di sfruttamento solo in parte utilizzate: l’uomo in quanto “corpo combinato”, che produce capitale essendo prodotto dal capitale; una realtà contraffatta che è una rappresentazione filmata della vita, ma non è la vita, bensì “l’organizzazione teleologica del reale in rapporto alla produzione, al plusvalore, al profitto” cristallizzata nella persona sociale.

Proprio l’urgenza di non lasciarsi andare al male di vivere, richiamato traumaticamente dal suicidio dell’amico –  spinse Giorgio Cesarano alla ricerca di un noi comune capace di far fronte all’apocalisse del capitale, ritrovando nella rivoluzione biologica la forza per contrastare il vivere male per il fatto che – scriverà assieme a Gianni Collu in «Apocalisse e rivoluzione» (1973), testo estemporaneo in risposta al summenzionato rapporto del MIT sui limiti dello sviluppo economico – “il capitale che si fa uomo, fa di ogni uomo un capitale, di ogni vita, l’impresa di valore , di ogni ‘persona’, un’azienda in debito permanente del non-senso generato”. E con un appello accorato nel ricordare che “siamo gli ultimi, si tratta di essere”, è ribadita la sfida contro l’apocalisse del capitale ad opera della coscienza della specie, consapevole di essere impedita a vivere e pertanto destinata a ri-creare l’uomo indiviso.

  1. Divenire ciò che non siamo stati ancora

Un aspetto focale del lavoro di Neil Novello consiste nel dar voce all’aforisma pindariano – Γένοιο οἷος ἔσσι, Diventa ciò che sei! – al fine di trovare un minimo comune denominatore all’intera opera cesaraniana e al contempo tracciare il profilo umano dell’autore stesso, deciso da sempre a condurre la “vera guerra” contro la sopravvivenza degli uomini mercificati dal sistema capitalistico per diventare ciò che si è, così da «emanciparsi non dal sistema, ma emanciparsi nel sistema per emanciparsi dal sé o dall’io ancora ignoto, tradurre la non-vita in vissuto reale, fare della vissutezza oltre la preistoria la storia di una ritrovata compiutezza ontologica, qualcosa che sia il compimento di un riconquistato “diritto alla vita”». Progetto, però, che può realmente concretizzarsi se concepiamo la necessità di «smarrire le tracce del sentiero finora battuto, deviare in direzione di un altrove individuale rinunciando, obliando l’essere-per nel nome dell’essere-sé, la persona ritornata individuo. Non è però uno slancio metafisico questo di Cesarano – puntualizza Novello – il momento individuale è tale in quanto piattaforma di un reale movimento collettivo, il viatico verso una comunità umana». Già, perché il concetto di “comunità umana” diverrà fondamentale negli ultimi studi di Cesarano, debitore in parte delle riflessioni condotte in quegli stessi anni da Jacques Camatte, direttore della rivista «Invariance», sull’importanza in Marx della Gemeinwesen, quale adempimento storico del comunismo non nello Stato attraverso la presa del potere, ma nella liberazione dell’individuo comunitario; così come fu stimolato dalle riflessioni di Raul Vaneigem e di Guy Debord sulla necessità di ripensare i termini di rivoluzione e lotta di classe riferendosi alla critica della vita quotidiana, al desiderio quale principio trasformatore della realtà, al rifiuto di tutte le costrizione per la liberazione totale della creatività spontanea del “proletariato”.

Non essendoci, pertanto, più in palio la conquista del potere per mezzo della lotta di classe, la rivoluzione non potrà che essere condotta attraverso una lotta biologica volta alla conquista di sé come comunità umana; rivoluzione che permetterà di passare dalla preistoria del non vissuto alla storia della vera natura umana, la totalità organica naturante [Gemeinwesen], attraverso la completa realizzazione di sé nella società degli individui. Giustamente, Neil Novello in tal circostanza non può non notare le tracce seguite da Cesarano nel ripercorrere a modo suo il pensiero di Debord e di Vaneigem. Infatti, così come ne «La società dello spettacolo» si afferma che “il soggetto della storia non può essere che il vivente producente se stesso, che si fa signore e padrone del suo mondo che è la storia”, nel pensiero di Cesarano «è abolita l’idea di oggettivazione della conquista storica, non però la più autenticamente rivoluzionaria conquista di sé a sé e alla storia, una conquista della soggettività de-capitalizzata»; allo stesso modo nella sensazione manifestata da Cesarano di trovarsi ormai «in un luogo dell’anima tra il non più del mondo-capitale e il non ancora del mondo-soggettività» riecheggia il concetto di intermondo espresso da Vaneigem nel “Trattato di saper vivere”, quando afferma che “l’intermondo è il terreno incolto della soggettività, il luogo in cui i residui del potere e la sua erosione si mescolano alla volontà di vivere”. Assonanza di analisi che inducono Cesarano a scavare in profondità per portare alla luce la radice del problema gnoseologico: il perché ci sono? Domanda che l’analisi di Novello sostiene invece sia un’affermazione, anzi la constatazione crudele «dell’esserci come prodotto: l’inorganicità senza essere della specie umana»; di sicuro una riflessione sulle condizioni esistenziali di una mancanza di senso che il “dover essere” persona sociale risveglia nel desiderio di “saper essere” altro: un individuo indiviso, non dimidiato dalla langue della cultura del potere.

Stabilito dunque che non si può essere, poiché il capitale obbliga alla sopravvivenza, ad una vita ridotta alla mera funzione di autoaffermazione di sé come persona/merce, il “programma” rivoluzionario non può che lottare per un ritorno ad essere in quanto corpo dotato di senso che si riappropria del senso del corpo non più assoggettato alla produzione/riproduzione del capitale. Un rompere lo specchio che riflette la non-vita, o come poeticamente Cesarano scriverà in «Manuale di sopravvivenza» (l’ultimo saggio pubblicato dalla Dedalo nella primavera del 1974) un vedersi introspettivamente per confortarsi in uno “sguardo che non accetterà in eterno di riflettersi” nella persona sociale in cui l’Io [l’Io che pensa] è “l’ego quale centro economico” [l’Io che si pensa]. Del resto, non certo accidentalmente l’incipit della «Critica dell’utopia capitale», pubblicata postuma nel 1978 e nella sua forma di appunti programmatici, pone subito al centro della riflessione l’Io, affermando che “Il pensiero che si pensa è il riflesso del ripiegamento dell’essere, […] il primo istante della valorizzazione dell’io come ente astratto dell’essere quale attività”. Si evince così predisposta la volontà radicale di riportare la passione, il desiderio di amarsi, al fuoco propulsore della rivoluzione biologica che brucia l’orgasmo di un’“insurrezione erotica” della vita contro l’oppressione che cristallizza la sopravvivenza in un’unica possibilità di esistere nella totalità reificata della non-vita. La volontà del desiderio diviene dunque una passione radicale che non può essere riassorbita dal bisogno compulsivo di possedere l’oggetto che la pubblicità invita a consumare come un bene indispensabile, in quanto la passione «non è desiderio di oggettivarsi in un oggetto materiale, non è neppure la cosalità del soggettivo. È ciò che resta dopo la cancellazione della totalità reificata». Solo in questo modo il desiderio non si degrada in bisogno (appagandosi degli oggetti posti da capitale), ma si trasforma in passione desiderante di essere l’uomo che non è mai stato ancora. Ne consegue che l’uomo è da farsi, dal momento che – scrive Cesarano nel «Manuale di sopravvivenza» – “l’origine dell’uomo non è alle spalle, ma dinnanzi agli uomini. L’origine della specie è il fine della rivoluzione biologica”.

  1. L’apocalisse del desiderio?

Se il desiderio è desiderio di essere, trasformando il mondo, cos’è rimasto di questo principio di piacere, racchiuso nella finalità ontologica della rivoluzione biologica, non in quanto principio di realtà, ma realtà di un principio: l’essere da ritrovare, ritrovandosi nella comunità sotto il segno della “totalità organica naturante”? Già, che fine ha fatto la ricerca di affermare collettivamente la propria alterità al capitale, l’apertura come dimensione storica ad un immaginario politico che mira a un “altrove di pensiero che è o si fa sostanza del mondo” attraverso il corpo del desiderio in quanto desiderio del corpo? Di certo i nostri tempi non sono più i tempi del desiderare in spontaneità, quale desiderio dei desiderî – clavis hermeneutica del pensiero di Giorgio Cesarano, la considera Neil Novello – che «garantisce un recupero di visione permettendo uno sguardo auto-epistemologico sul sé-desiderante (quindi uno sguardo ontologico) e sull’apocalisse del desiderio di e nel “sistema”». I nostri sono tempi in cui la spontaneità del desiderare è assoggettata alla produzione continua di beni che il linguaggio pubblicitario – la langue del capitale divenuta fonte di eterno desiderio mercificato – contrabbanda nel bisogno compulsivo di consumare per essere felici; tempi contrassegnati dal nuovo spirito del capitalismo non più ascetico, autoritario, repressivo, bensì edonistico, permissivo, trasgressivo, in cui la persona sociale è costretta continuamente a mettersi in gioco a causa del suo precario stato esistenziale in una società divenuta oppressiva per il produttore e permissiva per il consumatore.

Una non-vita purtroppo considerata ancora sopportabile, in quanto vissuta come l’unica possibile da desiderare proprio a causa dell’incapacità di desiderare in spontaneità un’altra vita possibile. Destino – lo sappiamo – rifiutato da Giorgio Cesarano in tutto il suo operare poetico, letterario, politico, e che il presente libro ci ha consentito di comprendere nella sua spinta propulsiva verso la vera vita: una vita liberata per davvero dall’apocalisse del desiderio, alla continua ricerca di una comunità umana in grado di ritrovarsi sempre refrattaria allo stato di cose presente. Monito per un presente che voglia combattere il vivere male e non lasciarsi andare al male di vivere.

 

Novembre 2016